IN NOME DEL POPOLO ITALIANO ….MA NON IN MIO NOME

Il 5 maggio 2022  ho vissuto in qualità di difensore della parte civile un’esperienza professionale ed umana tra le più esecrabili che mi sia capitate di vivere nella mia vita professionale e non solo.

La Corte di Appello di Milano, in riforma della sentenza di primo grado, una sentenza a parere della scrivente GIUSTA, ha ridotto la condanna da 11 anni ad 8 anni  ad un ” uomo” che ha tentato di ammazzare la compagna. La cosa più sconcertante è che la riduzione di pena è stata concordata con il Procuratore Generale, figura che, per i non addetti ai lavori rappresenta l’accusa e difende per così dire lo Stato. Sembra anacronistico, una barzelletta ma è quello che è successo ed è ancora più incredibile quando si contestualizza l’accaduto.

Lei poco più che ventenne, lui di poco più grande, entrambi forse troppo giovani per essere responsabili di metter su famiglia. L’unione viene allietata dalla nascita di un bambino ma  neogenitori sono troppo acerbi per prendere immediatamente le redini della vita familiare e vengono aiutati dalla famiglia di lei presso la quale si stabiliscono  a vivere. Il sogno di costruire una famiglia costringe i due a prendere coscienza delle difficoltà quotidiane, ognuno con la propria maturità e la propria fragilità ed ecco che la coppia non regge e lei si rende conto della fine della storia, consapevolezza che manca a lui. Cosi lei decide di lasciarlo, lui va via di casa ma ritorna perchè gli viene data una seconda possibilità e poi è Natale, come si fa a non trascorrere tutti insieme una ricorrenza così ” familiare”?

il 28 dicembre 2020 nevica, fa freddo, il papà e la mamma di lei lasciano l’abitazione per svolgere le quotidiane commissioni, il bimbo dorme, l’aria è ovattata e silenziosa ma il clima interiore di lui brucia: l’assale alle spalle, la soffoca, lei perde conoscenza, lui la prende per i capelli asportandole una ciocca e la trascina sul letto, e giù con calci e pugni dappertutto. Lui sta infierendo su un corpo che crede cadavere, ma lei è ancora viva. Lui non si accorge di quel soffio di anima presente e prende un coltello e le taglia la gola: l’azione è talmente feroce che il manico si spezza. La lascia lì, in una pozza di sangue, le prende il cellulare,  chiude la porta, prende il piccolo e, senza neanche vestirlo, si avvia all’uscita. Chiude a chiave la porta blindata dell’abitazione, sale in macchina e va via ma non prima di aver visto il suocero che stava ritornando a casa, al quale ovviamente non dice nulla, non chiede di chiamare i soccorsi.

Lo arrestano, lo processano. Lo difendono facendo emergere la bontà dell’uomo e del padre che, molto nascosta, deve pur esserci in un ragazzo così giovane e, utilizzando uno strumento processuale che la legge garantisce, il rito abbreviato, ottengono una diminuzione di pena di un terzo ( un premio o uno sconto come al mercato non si nega a nessuno). Il Tribunale opera un calcolo matematico e lo condanna ad 11 anni senza la concessione delle attenuanti generiche: è stato troppo efferato l’agito violento, lui le ha portato via il cellulare, ha chiuso le porte a chiave per evitare che qualcuno la aiutasse e non ha chiamato i soccorsi mentre lei perdeva un litro e mezzo di sangue: La voleva morta. L’imputato propone appello e concorda la pena con una riduzione ad otto anni. La Corte di Appello che avrebbe potuto respingere il concordato lo accetta e, mettendo una coccarda sul dispositivo non liquida alla parte civile neanche le spese processuali. L’avvocato lo deve pagare la vittima.

A me si chiude ancora lo stomaco se ripenso e riascolto quelle parole emesse da una donna che in quell’aula ha parlato in nome di tutto il popolo italiano e quindi anche nel mio nome e per mio conto. Ma il popolo  non può accettare che la giustizia sia esercitata cosi: cieca, distratta, superficiale e per niente misericordiosa. La parola che mi è venuta subito è VERGOGNA: per aver legittimato la violenza, per aver abusato nuovamente di una vittima in un’aula di (in)giustizia e con una toga indosso.

Questa è la storia di Sara, vive tra noi e non sulla luna e questa è una pagina di ingiustizia che molti hanno già letto e di cui si sono riempiti la bocca. Fatto sta che Sara cresce il suo bambino da sola perchè i detenuti sono esonerati dall’obbligo di mantenere i figli ma….. tanto lui è un bravo ragazzo e oltre ai premi che gli ha garantito la legge sino ad oggi, riceverà altri ricchi premi e cotillon e sarà tra noi tra non molto.  Spiegatelo voi a Sarà e al suo bambino quando busserà alla porta per un saluto.

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