In difesa di Erica Patti: il diritto alla sicurezza delle vittime di femminicidio
La storia di Erica Patti rappresenta una delle pagine più drammatiche della cronaca italiana degli ultimi anni, ma anche un simbolo della necessità di ripensare profondamente il sistema di tutela delle vittime di violenza di genere. La perdita dei suoi due figli, Andrea e Davide, uccisi dal padre in un gesto di estrema violenza che ha sconvolto l’opinione pubblica, non può essere relegata al passato quando il sistema giudiziario si appresta a valutare possibili benefici penitenziari per il responsabile di questo crimine efferato.
La vicenda di Erica Patti non è solo una tragedia personale, ma un caso emblematico che evidenzia le lacune strutturali del nostro ordinamento nella protezione delle vittime durante la fase esecutiva della pena. Le dieci denunce per stalking presentate prima del tragico epilogo del 16 luglio 2013 testimoniano un crescendo di violenza che il sistema non è riuscito a fermare in tempo, configurando quella che la giurisprudenza riconosce come una delle manifestazioni più pericolose della violenza di genere.
La giurisprudenza di legittimità ha chiarito in modo inequivocabile che negli autori di reati di violenza domestica sussiste una pericolosità intrinseca che non può essere sottovalutata. Come evidenziato dalla Cassazione nel reato di atti persecutori “l’eventuale finalità dell’agente di incontrare i propri figli minori non costituisce circostanza idonea ad escludere l’elemento soggettivo del reato, configurando al più il movente della condotta criminosa senza eliminare la volontarietà delle azioni poste in essere dall’imputato e la consapevolezza delle loro conseguenze lesive”.
Questa considerazione assume particolare rilevanza nel caso di Pasquale Iacovone, che secondo quanto riferito da Erica Patti “non ha mai ammesso d’aver commesso il fatto, pensa di aver ragione, pensa che sia colpa mia quello che è successo”. Tale atteggiamento di negazione e di colpevolizzazione della vittima rappresenta un elemento di estrema pericolosità che la giurisprudenza ha più volte sottolineato come caratteristico degli autori di violenza di genere.
La Giurisprudenza è granitica nel ritenere che “nei procedimenti che investano fatti di violenza alle donne, soprattutto in ambito familiare, non può pretendersi che tutti i singoli episodi di violenza narrati dalla persona offesa siano caduti sotto la percezione visiva di terzi”, riconoscendo la particolare natura di questi reati che si consumano spesso nell’intimità delle mura domestiche.
Nel caso di Erica Patti la condotta dell’ex marito, culminata nell’omicidio dei due bambini, rappresenta la forma più estrema di violenza di genere, quella che utilizza i figli come strumento di vendetta contro la madre. La richiesta di Erica Patti di essere informata sui benefici penitenziari eventualmente concessi al condannato non rappresenta una mera esigenza di vendetta, ma un diritto fondamentale alla sicurezza che trova fondamento nei principi costituzionali e nelle normative europee. La Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio prevede espressamente il diritto delle vittime a ricevere informazioni sui procedimenti penali e sulle decisioni che possono incidere sulla loro sicurezza.
Il sistema attuale, che non prevede specifici diritti di informazione per le vittime nei procedimenti di sorveglianza, lascia persone come Erica Patti in una condizione di sostanziale abbandono proprio nel momento in cui potrebbero trovarsi nuovamente esposte al pericolo. Come giustamente osservato dai suoi legali, “se non ci facciamo sentire noi vittime, se ne infischiano di quello che possiamo provare e stiamo provando”.
La proposta di introdurre un’udienza specifica per la valutazione dei benefici, con la partecipazione della vittima o dei suoi rappresentanti, rappresenterebbe un importante passo avanti nella costruzione di un sistema penale più attento alle esigenze di tutela delle persone offese. Questo meccanismo consentirebbe al magistrato di sorveglianza di acquisire informazioni dirette sulla situazione della vittima e sui rischi connessi alla concessione del beneficio, permettendo una valutazione più completa e consapevole.
Nel caso specifico di Erica Patti, la sua preoccupazione per la possibile concessione di benefici penitenziari al condannato non può essere liquidata come mero risentimento, ma deve essere valutata alla luce della particolare pericolosità dimostrata dall’autore del reato e della sua persistente negazione della responsabilità. Come evidenziato dalla stessa vittima, “per potermi colpire doveva colpire i due bambini, lo sapeva benissimo”, una considerazione che rivela la lucida consapevolezza della strumentalizzazione dei figli operata dall’ex marito.
L’ordinamento penitenziario prevede che “le persone condannate per i delitti di cui agli articoli 572, 583-quinquies, 609-bis, 609-octies e 612-bis del codice penale, possano sottoporsi a un trattamento psicologico con finalità di recupero e di sostegno”. Tuttavia, la partecipazione a tale trattamento è volontaria e la sua efficacia dipende dalla consapevolezza del condannato circa la propria responsabilità, elemento che nel caso di Iacovone sembra essere del tutto assente.
La battaglia di Erica Patti per ottenere maggiori tutele non è solo una questione personale, ma rappresenta una battaglia di civiltà per tutte le donne vittime di violenza di genere. La sua trasformazione del dolore in impegno sociale, attraverso associazioni, libri e incontri, testimonia una forza straordinaria che merita il massimo rispetto e sostegno da parte delle istituzioni.
Il diritto alla sicurezza delle vittime non può essere considerato un optional del sistema giudiziario, ma deve rappresentare un pilastro fondamentale della giustizia penale. Nel caso di reati così gravi come il figlicidio, la valutazione dei benefici penitenziari non può prescindere da una attenta considerazione dei rischi per le vittime sopravvissute e per i loro familiari.
La richiesta di Erica Patti di essere informata sui benefici eventualmente concessi al condannato e di poter far sentire la propria voce nei procedimenti di sorveglianza rappresenta un diritto sacrosanto che trova fondamento non solo nelle normative europee, ma anche nei principi costituzionali di tutela della persona e della sua dignità.
Il sistema giudiziario ha il dovere di proteggere chi ha già subito l’irreparabile, evitando che la concessione di benefici penitenziari possa trasformarsi in una nuova forma di vittimizzazione. La storia di Erica Patti ci insegna che la giustizia non si esaurisce con la condanna, ma deve continuare a proteggere le vittime anche durante l’esecuzione della pena, garantendo loro quella sicurezza che il sistema non è riuscito a garantire in tempo per salvare Andrea e Davide.
In difesa di Erica Patti, quindi, non si tratta solo di sostenere una madre che ha perso tutto, ma di affermare un principio di civiltà giuridica che pone al centro la tutela delle vittime e il loro diritto a vivere senza paura. Una società che non sa proteggere le proprie vittime è una società che ha fallito nel suo compito più elementare: garantire la sicurezza e la dignità di ogni persona.





